
date/time: 12.07.2005 15:16
http://www.vsa-aas.org/it/doku/archivistica-svizzera/archive-in-der-schweiz-archives-en-suisse/poncioni-archivi-locali-in-ticino/
L'evoluzione delle istituzioni locali in Ticino
La storia degli archivi ticinesi inizia nel XII secolo, con le prime testimonianze (locali) dell'esistenza, nelle nostre regioni, delle comunità di villaggio e dell'affermazione della loro pur relativa autonomia. Difficile stabilire quanti fossero i comuni (e i loro archivi) a quel tempo. In ogni caso erano assai meno numerosi di oggi, poiché dal Basso Medioevo fino ai nostri giorni la tendenza è stata sostanzialmente all'aumento.
In una prima fase, fra il Due- e il Settecento, essi crebbero gradatamente a seguito di successive frammentazioni di comunità e comuni più estesi, comprendenti due, cinque, dieci nuclei abitati. E' un processo centrifugo che va messo in relazione con l'evoluzione demografica e che conobbe il suo apice nel XVII e XVIII secolo.
Il numero di enti locali aumentò poi bruscamente nel corso dell'Ottocento, dopo la nascita del Cantone Ticino. Dapprima raddoppiò quasi, a seguito dell'affermazione nel 1835 del dualismo comunale. Al vecchio comune (la "terra" o "vicinanza", ribattezzata nel 1798 "patriziato") venne affiancato, dopo un acceso dibattito legislativo, il "comune politico" moderno. In un secondo tempo (a partire dal 1886) crebbe ancora della metà poiché agli enti religiosi locali, che in precedenza erano gestiti dai comuni, venne conferita personalità giuridica propria.
Verso la fine dell'Ottocento si giunse dunque all'assetto politico-organizzativo che ancora oggi conosciamo, caratterizzato dalla triade comune-patriziato-parrocchia e, di conseguenza, dalla presenza di una miriade di amministrazioni locali (in media una ogni 450 abitanti).
Importanza degli archivi locali
All'estremo frazionamento istituzionale corrisponde un paesaggio archivistico assai denso e accidentato, disseminato di oltre 600 archivi comunali, patriziali e parrocchiali le cui dimensioni vanno dai 2-3 metri lineari del piccolo archivio parrocchiale agli 1-2 chilometri degli archivi comunali cittadini.
Per rendersi conto della loro importanza bisogna sommarne i dati: nono-stante le grosse perdite subite nel corso dei secoli essi conservano in totale oltre 7'000 pergamene medievali, 200'000 cartacei d'epoca balivale (XVI-XVIII secolo), 2 milioni di documenti ottocenteschi e circa 30 chilometri di documentazione del XX secolo.
Si tratta di un patrimonio in gran parte ancora inesplorato, che costituisce un prezioso complemento agli archivi maggiori e ne colma le lacune, specialmente quelle anteriori al periodo dell'indipendenza cantonale. In particolare esso offre i materiali migliori per quella storiografia del quotidiano, della popolazione, dell'economia e dei rapporti sociali che anche da noi si va sempre più affermando.
Il disordine e le sue cause
Nonostante la loro importanza culturale i nostri archivi minori si trovano tuttora in uno stato di preoccupante degrado. Incendi, frane e alluvioni ma soprattutto le cattive condizioni di conservazione, il commercio di documenti e le deliberate soppressioni hanno fatto sì che almeno il 60% del loro patrimonio documentario sia andato perso. Da un censimento del 1994 risulta che soltanto il 14% degli archivi è ordinato e munito di inventario mentre il restante 86% si trova in uno stato di parziale (38%) o completo (48%) disordine.
Le cause di questo stato di abbandono sono sostanzialmente due. La prima è di carattere psicologico e costituisce un problema per gli archivi in generale. A differenza dei beni culturali più fortunati (architettonici, artistici, museali) essi sono per loro natura inaccessibili alla maggioranza della popolazione; le loro testimonianze devono essere mediate prima dall'archivista e poi dal ricercatore. Questa strutturale "distanza dalla gente" genera una certa indifferenza nei confronti degli archivi e scarso entusiasmo politico quando si tratta di stanziare i mezzi per la loro salvaguardia.
La seconda ragione è più concreta e concerne gli archivi minori in particolare. Ben pochi sono in Ticino gli enti locali che hanno mezzi finanziari tali e archivi così grandi da giustificare l'assunzione di un archivista. Anche quando sono sensibili nei confronti del loro patrimonio storico gli enti locali si trovano quindi nell'impossibilità di reperire il personale qualificato che possa provvedere, con interventi limitati nel tempo, all'ordinamento della documentazione.
E' una situazione non solo ticinese, ma presente in molti cantoni svizzeri e regioni europee. Molteplici sono quindi le strategie adottate e di parecchie non sono a conoscenza. In generale mi pare comunque che prevalga la soluzione più evidente, quella cioè di affidare l'incombenza agli archivi di Stato, inviando il loro personale negli archivi minori oppure incamerandone la documentazione.
In Ticino si cercò di percorrere quest'-ultima via e a partire dal primo Novecento più volte si avviarono campagne per concentrare a Bellinzona i "documenti storici" sparsi nel Cantone. Non mi dilungherò in questa sede sui dettagli di tali initiative, limitandomi a constatarne il fallimento. Nell'Archivio cantonale confluirono pochi spezzoni di fondi archivistici, smembrati senza criterio alcuno dal resto della documentazione. Dopo la Seconda guerra mondiale, tenendo conto anche dei problemi logistici che ciò avrebbe posto, la politica dell'accentramento venne abbandonata.
Di fronte alla cronica mancanza di personale, la possibilità di inviare nei comuni archivisti del Cantone da noi non è mai stata presa in considerazione. Si è invece voluto tentare una formula d'intervento piuttosto inedita, che permettesse all'Archivio cantonale di mantenere il controllo sul riordino, garantendo così al lavoro il necessario rigore metodologico, senza doverne però sopportare tutti i costi.
La soluzione ticinese
Per realizzare questo compromesso è stato creato presso l'Archivio cantonale un apposito ufficio, il "Servizio archivi locali" (SAL). Istituito alla fine del 1990, il SAL ha il compito di prendere tutte le misure necessarie per la salvaguardia degli archivi minori ticinesi e la valorizzazione dei loro documenti. A tale scopo esso opera sostanzialmente su due livelli. Innanzitutto svolge quelle mansioni "centrali" che senz'altro incombono all'Archivio di Stato e il cui finanziamento è interamente a carico del Cantone: ispezione e censimento degli archivi, interventi di "salvataggio" nei casi più urgenti, edizione di fonti, consulenza per la ricerca.
La maggior parte delle energie il SAL le investe però nel riordino degli archivi locali, lavoro che viene svolto direttamente dal suo personale ma il cui finanziamento è prevalentemente a carico dei proprietari degli archivi. Quest'ultimi sono infatti tenuti a coprire per intero il costo del personale impiegato nel riordino mentre il Cantone si assume i costi d'esercizio, permettendo al SAL di praticare delle tariffe relativamente contenute.
Il riordino degli archivi locali, di conseguenza, non viene programmato dall'Archivio cantonale ma ha luogo su iniziativa dei comuni, dei patriziati e delle parrocchie che, se vogliono procedere alla sistemazione dei loro documenti, possono chiedere la collaborazione del nostro Servizio.
La struttura del SAL riflette la concezione flessibile del suo intervento. L'organico in pianta stabile è uno dei più modesti dell'amministrazione cantonale e limitato a due unità: un nucleo fisso che svolge i compiti "centrali", economicamente non redditizi, dell'Ufficio e che provvede all'organizzazione e alla direzione del lavoro di riordino.
Accanto a tale nucleo opera un numero variabile di archivisti. Essi vengono ingaggiati tramite mandato a seconda della quantità di lavoro disponibile e, dopo aver seguito una formazione interna, si occupano soprattutto della sistemazione degli archivi. Siccome le loro prestazioni vengono fatturate ai committenti essi si autofinanziano completamente una volta trascorso un certo periodo di "rodaggio".
Una strategia pagante
Sebbene non si parlasse ancora di New Public Management, nel 1990 il SAL ha dunque iniziato la sua attività facendo proprie alcune caratteristiche aziendali dell'economia privata: fattura in parte le sue prestazioni, dipende dalla domanda, è tenuto a rispettare contratti e termini di consegna. Un modus operandi che ha finora presentato più aspetti positivi che svantaggi.
La fatturazione delle prestazioni a terzi non solo ci permette di dare il nostro - pur modesto- contribuito al contenimento delle spese cantonali. Ci obbliga pure a tenere costantemente sotto controllo la produttività del lavoro e a cercare un equilibrio fra i costi e la qualità dell'intervento, evitando di portare avanti formule e progetti troppo ambiziosi, che in virtù di una reale o presunta "scientificità" tendono poi a perpetuarsi in eterno.
Il fatto di dover contribuire ai costi del riordino ha inoltre un effetto responsabilizzante sulle amministrazioni locali, che dopo aver sborsato somme anche consistenti per il proprio archivio prestano senz'altro maggiore attenzione alla sua tutela.
Naturalmente sul successo della nostra strategia pende la spada di Damocle della domanda, che nel caso specifico è proporzionale alla sensibilità degli enti locali nei confronti della loro storia. In questi primi cinque anni entrambe hanno superato le aspettative e il problema del SAL è stato più il sovraccarico che non la carenza di lavoro.
Fra il 1991 e il 1996 abbiamo così portato a termine il riordino di 48 archivi locali di medie e grandi dimensioni classificando 6'997 atti d'epoca medievale e balivale (di cui 2'860 sono stati regestati), 699'300 documenti del periodo 1798-1945, 33'498 incarti posteriori alla Seconda guerra mondiale, e 8'380 libri e registri del XVI-XX secolo.
Finora il connubio fra Clio e Mercurio si è rivelato fertile. Se l'illustre coppia continuerà ad assisterci non è da escludere un futuro potenziamento del SAL e la realizzazione del nostro obiettivo, il riordino di tutti gli archivi locali ticinesi, entro i prossimi 20-30 anni.
last edited: 12.07.2005